Mamme, come parlare del padre quando il padre non c’è?

Come parlare del padre quando il padre non c’è è una questione non da poco e vogliamo trattarla con la dovuta delicatezza, cura e attenzione.

Mamme, come parlare del padre quando il padre non c’è?

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Come parlare del padre quando il padre non c’è  è una questione non da poco e vogliamo trattarla con la dovuta delicatezza, cura e attenzione. Per questo gli dedicheremo tempi adeguati per esplorare tutte le sue dinamiche e aspetti peculiari.

Molte madri ci hanno portato a riflettere su questo tema  avanzando dubbi come:

“Si può essere madri sole e non parlare mai del padre ai propri figli?”

“Si può essere madri sole e fare “come se” la figura paterna non avesse mai avuto un nome, una storia, un peso, una realtà?”

E ancora

“Si può essere madri sole e offrire ai figli un ritratto negativo o comunque svalutante del padre assente?

La risposta è: accade.

E si può comprendere che l’ oblio forzato – così come la svalutazione sistematica – della figura del padre assente – siano manovre “difensive” legata a paure e incertezze molto profonde della madre sola . Ma si tratta delle modalità meno utili e meno protettive di gestire l’assenza del padre rispetto ai bisogni affettivi di un bambino che cresce e che deve inserirsi il più fiduciosamente possibile nel tessuto della vita familiare, relazionale e sociale che lo precede.

Quali che siano le ragioni per cui il padre non c’è, infatti, questa assenza discende sempre da una congiuntura di eventi complessi ma reali, sia sul piano “storico” che su quello emotivo. Spesso c’è a monte una ferita, un fallimento, un lutto o comunque una separazione della coppia genitoriale che la mamma dovrebbe essere aiutata ad elaborare – senza negarla e senza rimuoverla – molto tempo prima che si presenti il dilemma  di “cosa raccontare al figlio circa il suo papà”.

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Il padre assente: che posto c’è per lui?

Il posto del padre, infatti, è una questione sempre centrale nel rapporto madre-figli, anche quando il padre non c’è perché è morto, perché è sparito o perché i genitori si sono separati e non hanno una buona alleanza di care-givers. E questo posto simbolico, potremmo dire, si trova nelle parole che la madre usa per descrivere il padre. La domanda decisiva, infatti, è : c’è posto, comunque, per la funzione paterna? Quanto e in che modo la madre è disposta e pronta a custodire questo posto? Vedete, non è la domanda borghese e benpensante: “C’è un padre concreto o non c’è?”, perché a volte il padre concreto e presente è un orco insopportabile a cui la madre non sa tener testa oppure è presente ma è infinitamente debole perché l’orco è la madre! Perdonate queste vignette caricaturali ma cerco di chiarire a priori un possibile fraintendimento: non sto parlando del sembiante sociale della famiglia unita in cui lo status quo va ipocritamente salvato ad ogni costo. Mi riferisco a una verità soggettiva più profonda. Ovvero al grado di accoglienza con cui ogni madre può “trattare” e integrare, nel suo modo unico e singolare, il maschile e la funzione paterna anche se il padre reale se ne è andato. Parliamo dunque della capacità di una mamma di permettere che la funzione paterna continui ad esistere simbolicamente per i figli. E uno dei primi dispositivi di cui può servirsi, per realizzare questo, sono le sue proprie parole! Ovvero come parla del padre anche se il padre non c’è. Si tratta di trovare, prima dentro di sé, parole ponderate, parole non velenose, parole non giudicanti, parole misurate, parole compassionevoli, parole ospitali, parole che tengono pulito, curato e degno il posto simbolico del padre, chiunque egli sia o sia stato. Senza bisogno di inveire contro i suoi difetti e malefatte (posto della demonizzazione), senza creare false storie (posto dell’inganno) e senza bisogno di rendere l’argomento tabù (posto del segreto).

Segreti che non aiutano a crescere

Molte donne sole possono essere tentate – anche sull’onda di consigli avventati di amici e parenti – di adottare questa strategia apparentemente indolore, la strategia del segreto: fare “come se” il padre non esistesse e non fosse mai esistito. I bambini, in effetti, finché sono molto piccoli e colmati in ogni bisogno primario dall’accudimento materno, sembrano confermare l’efficacia di una così pervasiva anestesia. Ma, prima o poi, la domanda fatidica si manifesta: “Dov’ è il mio papà?” o “Chi è il mio papà ?”. Basta, infatti, che il bambino inizi a frequentare la scuola materna perché il confronto con i papà “visibili” dei compagni renda urgente e insopprimibile la sua intelligente investigazione. Se la mamma sola non è preparata a rispondere, cioè se non ha ponderato a fondo la questione e se non ha curato le sue ferite sul piano emotivo e le sue implicazioni sul piano psicologico, può rispondere al bambino con falsificazioni affrettate dei fatti reali o può gettare un grave, esplicito discredito sulla figura paterna; così come può restare impietrita o divenire evitante ed evasiva, triste, ansiosa se non addirittura fredda e minacciosa. E può scoraggiare a tal punto la legittima domanda del bambino da trasformarla in un colpevole “tabù”. Con il risultato probabile che il figlio non le rivolgerà più domande simili per un pezzo: ma questa non è una vera soluzione. Il problema si è solo annidato in uno strato più fondo della psiche del bambino e divenendo impensabile e indicibile minerà la sua fiducia di potersi installare, a pieno titolo, nella verità delle sue origini.

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“L’amore sa”

Certo si tratta, sovente, di verità a vari gradi complesse da accettare, da integrare e da condividere, in primissimo luogo per la madre. Solo dopo essersi sufficientemente pacificata con queste verità – che hanno a che fare con la sua storia affettiva, con la sua fragilità e con la sua forza personali – una mamma potrà scegliere e modulare, caso per caso e a seconda dell’età dei figli, il racconto più veritiero e più empatico possibile circa la figura paterna da offrire al proprio bambino con lealtà, fiducia e coraggio. Si tratta, invero, di un grande dono per il bambino perché così facendo la madre mantiene aperta la possibilità di un incontro positivo con il versante simbolico del ruolo paterno. E’ fondamentale questa possibilità – non nel senso ipocrita e concretistico della famiglia del Mulino Bianco– ma nel senso profondo di conferire piena dignità umana al posto simbolico del padre, alle difficoltà incontrate dalla coppia genitoriale e ora dal bambino. Ed è fondamentale per almeno due ragioni:

La prima è quella di riuscire a trasmettere, comunque, al figlio o alla figlia, un radicamento affettivo e simbolico anche nella propria radice patrilineare. Per poi magari lasciar incarnare e testimoniare questa funzione, a tempo debito, da altre eventuali figure di riferimento che si rivelino affidabili sia nella rete familiare sia in quella amicale, scolastica, sportiva e formativa in genere.

La seconda ragione è che, conferendo dignità e peso anche alla funzione paterna simbolica, la madre non scivolerà nella fantasia onnipotente di essere “tutto” per il figlio e che il figlio sia “tutto” per lei: una fantasia molto asfissiante per un bambino che deve poter crescere come un “soggetto” umano in cammino verso la propria progettualità e non come un “oggetto idolatrato” e “sacrificato” alla causa materna. Spesso le madri che non scivolano in questa fusionalità fanno loro stesse “funzione paterna” dedicandosi , per esempio, a un lavoro che amano, a una passione artistica, a un interesse umanitario. Una testimonianza attiva del loro essere donne, oltre che madri, infatti, supplisce alla mancanza del padre e libera i figli verso il loro futuro.

Già. Ma come spiegare a una bambina o a un bambino che suo padre è morto precocemente senza caricarlo, con ciò, di un lutto troppo grande per la sua età? O, più difficile ancora, come dire che il papà si è volatilizzato appena la mamma gli ha comunicato che era incinta? O che il papà è un uomo sposato e quindi non ha accettato la sua nascita e se ne è lavato le mani? O addirittura che un padre c’era ma è stato allontanato perché era violento con la mamma? E come parlare ai bambini di un padre separato ma immaturo ed egocentrico, che dimentica puntualmente il saggio e il compleanno dei figli?

Sarebbe necessario affrontare, una per una e caso per caso, le situazioni delicate e certamente molto dolorose e complesse sottese da ognuna di queste domande. E differenziare i bisogni materni dai bisogni del bambino immaginando con ogni mamma delle modalità di elaborazione e di comunicazione di quanto è realmente avvenuto che siano modulate sull’età del bambino, alternative alla “coltivazione del segreto” e generative, invece, di autenticità, tenerezza, fiducia e saldezza interiore per se stesse e per i loro figli. Di seguito proponiamo alcune riflessioni di massima rispetto ad ognuna di queste situazioni. Non troverete una ricetta universalmente valida, ma solo alcuni spunti da vagliare e approfondire soggettivamente e, quando necessario, con un aiuto mirato.

Quando il papà è morto precocemente

E’ forse la situazione vissuta dalla mamma sola come la meno “scabrosa” perché totalmente indipendente dal suo controllo e dalle sue scelte. Un lutto di questo genere, infatti, si subisce come un fulmine a ciel sereno o comunque come una sottrazione crudele del destino. Si è vittime di una perdita: nessuno, nella rete sociale, può accusare una vedova di avere determinato “colpevolmente” l’assenza del padre. Anche in questo caso, però, si tende da tempo immemorabile a circondare l’esperienza della perdita del genitore morto di un alone di indicibilità, quasi che il “non parlarne” proteggesse i bambini dalla realtà della sua scomparsa. Ma il riserbo coatto, il “non pensabile”, l’omissione e l’avarizia di notizie creano una presenza fantasmatica che si rivela molto più ingombrante, per i bambini, di un dolore dicibile e riconosciuto. Come analizzato già in un precedente nel prezioso post di Carla Di Quinzio, è importantissimo rendere i figli interpreti attivi e intelligenti della perdita e del lutto. E offrire loro, nel corso dello sviluppo, tutti gli elementi narrativi – fotografie, ricordi, albero genealogico, aneddoti – che certamente gradiranno e che potranno permettergli di formarsi una imago affettuosa e protettiva di quel genitore, che li accompagnerà comunque per tutta la vita.

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Quando è sparito alla notizia della gravidanza

E’ questa, invece, una situazione che implica, per la madre, vissuti insidiosi che sarebbe urgentissimo aiutarla a riconoscere e a elaborare. Il dolore di sentirsi abbandonata come donna si mescola alla paura di scoprirsi sola nell’affrontare la responsabilità mono-genitoriale. E non di rado si aggiungono, come uno stigma, i commenti giudicanti di amici e parenti: “Te l’avevo detto, non dovevi fidarti di quell’uomo”. Così alla paura e al dispiacere si uniscono il senso di inadeguatezza e il senso di colpa. E’ questa miscela tossica che fa scegliere ad alcune donne di installarsi rigidamente in un “falso racconto” del padre. “Il papà è volato in cielo” o “Il papà lavora all’estero” sono frasi che possono fungere da “toppa” per i primissimi anni di vita di un bambino ma che esigono un aggiornamento via via più veritiero. Se è penoso, infatti, crescere senza padre ancor più penoso è crescere dentro una menzogna che avvolge stentatamente il vuoto che quel padre ha lasciato. Non è richiesta, di fatto, crudezza brutale nelle comunicazioni ma differenziazione tra i vissuti della madre e quelli del figlio. Il primissimo passo, dunque, è che la mamma “si” perdoni e si pacifichi con il suo proprio dispiacere e sgomento per come sono andate le cose. E poi che scelga la versione dei fatti più adeguata all’età del bambino salvando il piano simbolico della “funzione paterna” che potrà essere assunta, nel corso dello sviluppo, da incontri più felici con altre figure di riferimento. Perché, come diceva lo psicoanalista francese Jacques Lacan, “la paternità è sempre un’ adozione” intendendo che la biologia – da sola – non è condizione sufficiente per una vera e assunta paternità, neppure nelle famiglie unite. E’ necessario, infatti, un riconoscimento fondato sull’amore. Sull’adozione d’amore.

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