MIO TUTTO MIO SOLO MIO:

L'EGOCENTRISMO NEI BAMBINI

Mio, tutto mio solo mio! L’egocentrismo nei bambini

Con il termine egocentrismo si intende la tendenza, tipicamente infantile, a percepire se stessi come “centro del mondo”, ritenendo che ogni cosa che accade sia dovuta a noi o rivolta a noi e che esistano solo i propri bisogni. Lo psicologo svizzero Jean Piaget usa il concetto di egocentrismo per riferirsi all’incapacità del bambino di distinguere il suo punto di vista da quello degli altri, ad esempio utilizzando informazioni e concetti di valore soggettivo come se avessero valore oggettivo e universale e dando per scontato che l’altro abbia il proprio stesso punto di vista e condivida le stesse conoscenze.  Il bambino inizia a dire “io” e “mio”, si sente una persona dotata di pensiero e volontà; gli oggetti che lo circondano sono tutti suoi. Piaget lo identifica come il periodo della visione egocentrica. Nel bambino emerge la capacità di riconoscersi come un essere separato e indipendente rispetto alle figure genitoriali.

Questa fase, che inizia di solito intorno ai 18/24 mesi, rappresenta il raggiungimento di un’importante tappa dello sviluppo psicologico di un bambino piccolo e coincide con l’acquisizione del fondamentale processo chiamato identificazione del sé, in cui si sviluppa il senso di possesso e la volontà di autoaffermazione.

Sempre intorno a questa età, il bambino inizia anche a fare uso delle tipiche espressioni verbali: il pronome personale “io” e la risposta “no” alle richieste degli adulti, ulteriori testimonianze di come gradualmente stia emergendo in lui una nuova volontà di autoaffermazione. La capacità di riconoscersi come un’entità separata e indipendente rispetto alle figure di accudimento – prime fra tutte, la mamma- è comunque ancora solo abbozzata in questa fase iniziale e il bambino, almeno per ora, continua percepire ciò che lo circonda come un prolungamento del proprio essere.

È proprio questa visione egocentrica a indurlo a ritenere che tutto quello che vede intorno a sé gli appartenga.

Saranno soprattutto le occasioni di incontro con gli altri bambini, che a partire da questa età divengono più frequenti, a fargli progressivamente superare la fase egocentrica tipica della prima infanzia. I bambini che frequentano il nido o che si ritrovano ai giardinetti, possono vivere momenti di tensione dovuta alla contesa di un gioco.

I bambini hanno bisogno di sperimentare anche il sentimento di gestione della frustrazione mediante il quale apprendono che non è sempre tutto loro, ma vi sono anche altri bambini con le stesse intenzioni ed esigenze.  Inoltre, anche il pianto di rabbia o di delusione rappresentano occasioni utili di confronto e di ragionamento, permettendo ai bambini di superare un po’ alla volta la fase egocentrica per apprendere le regole della vita sociale.

L’importanza del gioco libero MIO TUTTO MIObambino con giochi

Se si volesse rispondere in modo esauriente alla domanda: cos’è il gioco libero? La risposta si presenterebbe complessa. Nell’asilo nido spesso si sente parlare del gioco libero e, chi non ci vive, associa questa “libertà” all’immagine mentale di un’intera sezione di bambini che giocherellano “con questo e quel giocattolo” senza meta. In effetti, nel gioco libero i bambini sono liberi di giocare con quello che più piace loro, scegliendo di coinvolgere qualche amico nel loro gioco oppure di rimanere da soli. Il gioco libero spesso viene menzionato nella programmazione come attività di routine che va a colmare quegli spazi della giornata utili alle esigenze di tutti i bimbi, come: l’accoglienza, il pranzo, il cambio o la pausa prima del sonnellino.

Ma se si considerano tutte le sfaccettature che si celano dietro il gioco libero, questo non lo si definirebbe più semplicemente come un’attività di routine.

Che cosa significa quindi “libero”?

Quanti studiosi di pedagogia hanno fino ad oggi parlato di “libertà” nei riguardi del bambino? Maria Montessori affermava: “Non dobbiamo partire da idee prestabilite sulla riuscita dell’attività , ma bisogna guardare la spontaneità e la libera manifestazione del bimbo che sicuramente ci riserverà grandi sorprese.”

Non dimentichiamo, poi, gli esperimenti condotti da A.S. Neill nella sua “Summerhill”, scuola che lui stesso fondò nel 1921 per poter concedere ai bambini la libertà di essere loro stessi; la stessa libertà che gli forniva la possibilità di crescere secondo la loro natura biologica.

Anche J.J. Rousseau con l’ “Emilio”, considerato un inno alla libertà, riuscì a dar prova che educando un bambino in libertà lo si renderà successivamente un uomo libero e felice.

Il gioco libero diventa quindi una vera attività didattica, anzi l’attività didattica più completa che possa esistere, partendo dalla constatazione che in esso vengono racchiusi gli esercizi utili a stimolare tutte le aeree di sviluppo: da quella sensoriale, a quella cognitiva, a quella motoria.

Il bambino, giocando liberamente, effettua in modo spontaneo tutte quelle attività che quotidianamente le educatrici gli propongono in maniera complessa e strutturata. Prendiamo ad esempio un percorso motorio: l’educatrice lo propone con assi da percorrere, cerchi da attraversare, ostacoli da aggirare; la stessa attività il bimbo la compie in modo spontaneo, nel gioco libero, quando gioca e corre per gli spazi del nido o all’esterno negli spazi del giardino. Al posto dell’asse troverà il pavimento, al posto del cerchio troverà il tavolino sotto cui si muoverà a carponi e al posto degli ostacoli troverà magari una sedia messa fuori posto. Grazie a questo tipo di gioco il bambino stimola anche la sua fantasia.

Osservare un bambino alle prese con il gioco libero, favorisce l’educatrice nel conoscere la vera natura comportamentale dell’individuo-bambino, la sua sensibilità,  e anche il grado d’inserimento di ogni singolo bambino all’interno del gruppo.

Naturalmente si tratta di un’attività che il bambino sperimenta in modi diversi a seconda che si trovi in casa o al nido, questo in virtù di ostacoli ed opportunità che trova in entrambi i contesti. Ostacoli ed opportunità che variano dal contesto – casa al contesto – nido e che incidono in maniera differente sulle valutazioni del significato da attribuire al gioco libero. Così in casa il limite può consistere in scarso spazio fisico a disposizione ed un’interazione quasi esclusiva con i soli genitori mentre al nido un fattore limite può essere la convivenza con gli altri bambini. Un’opportunità in casa può consistere in uno spazio e dei giochi esclusivi del bambino mentre nel nido possiamo trovare una relativa libertà di azione e la compagnia di coetanei. Intrecciando questi fattori scaturiscono scenari diversi, soprattutto si evince come mentre a casa il bambino, anche in presenza di fratelli o sorelle, gode di un consolidato possesso dei suoi giochi e del suo spazio, al nido ha di fronte uno spazio in cui muoversi liberamente ma anche altri bambini con cui dover condividere giochi e momenti della giornata.

Il bambino, già nel suo primo anno di vita, esplora con interesse attorno a sé e resta a lungo attivo su oggetti liberamente scelti a condizione che:

  • viva in una situazione generale di benessere psicofisico, di protezione, continuità, tranquillità realizzata sia attraverso cure corporee costanti, date sempre da una stessa persona – la madre, poi nel Nido l’educatrice di riferimento personale – con la quale intesse un dialogo stabile fatto di contatti, sguardi, sorrisi, voci, attenzioni reciproche e scambi significativi;
  • la sua capacità di concentrazionevenga favorita e protetta, nel senso di poter completare ogni sua attività di osservazione o di azione, in una situazione di calma, voci contenute, oggetti e spazio sufficienti in cui poter ripetere a piacere ciò che lo interessa, senza venire interrotto o disturbato;
  • il bisogno/capacità di polarizzare la propria attenzionesull’oggetto che lo attira non venga deviato da richieste né di socializzazione, né di attività proposte dall’adulto che lo costringano a interrompere, a “spostare” la propria ricerca, ma che abbia tutto il tempo a sua misura per soddisfarla.